Cronache dell’Armata: Tante lingue, un solo Rugby

Il rugby, quando è fedele a se stesso, riesce a superare oceani, età e accenti diversi.
È quanto accaduto venerdì 29 gennaio, sul campo di Favaro Veneto, dove l’Armata Brancaleon ha affrontato il Worcester RFC, in trasferta dagli Stati Uniti.
Una sfida che ha confermato come la distanza tra la Laguna e il New England sia, in fondo, più geografica che reale.

Il Worcester RFC, squadra giovane e fisicamente brillante, ha trovato pane per i suoi denti contro l’esperienza e la grinta dei veterani dell’Armata.
Per colmare il gap anagrafico, i bianconeri hanno rimescolato le carte inserendo alcuni innesti più freschi, contribuendo a mantenere alto il ritmo e a rendere il confronto equilibrato e piacevole.

Il match si è chiuso con la vittoria degli americani per una meta a zero, ma il punteggio non restituisce l’estremo equilibrio visto in campo.
È stata infatti una gara sostanzialmente alla pari, combattuta e fluida, capace di onorare al meglio la palla ovale nel pieno rispetto dello spirito Old.

Vedere i ragazzi del Worcester correre a Favaro ha reso evidente perché “The Bay State” sia spesso considerato, dal punto di vista rugbistico, il “Veneto d’America”.
In entrambi i casi, il rugby si sviluppa ai margini degli sport dominanti — il football negli USA, il calcio in Italia — e proprio per questo mantiene un’identità autentica, legata ai territori e alle persone.
Worcester, in particolare, rappresenta bene questo modello: non è la Boston scintillante delle élite, ma il cuore operaio del New England, una città lontana dai riflettori, dove il rugby vive di partecipazione e continuità.
Una realtà storicamente segnata dall’immigrazione irlandese, e il suo rugby ne riflette i tratti: fisicità, orgoglio, senso del gruppo e una gerarchia non scritta che individua nel post-partita il vero momento sacro della giornata.

Uno spirito che ha trovato uno specchio naturale nel carattere dell’Armata Brancaleon.
Non a caso, a fine match, uno dei giocatori americani ha sintetizzato l’esperienza con un commento tanto semplice quanto eloquente: “Very fun”.
Due parole che raccontano il piacere di aver trovato, a migliaia di chilometri da casa, qualcuno che gioca e vive il rugby con la stessa passione.

Il terzo tempo ha confermato questa fratellanza: la club house si è trasformata in un ponte transatlantico dove, tra una battuta in dialetto e una in slang americano, è emersa una sola certezza — i valori sono gli stessi.

Certo, la padronanza della lingua non è stata sempre accademica, ricordando a tratti il leggendario Nando Mericoni di Alberto Sordi: “You take la tua street e segui sempre la tua main e nun te poi sbaglié! Orrai! Orrai!… Attention, nun annà a destra perché c’è er burone d’a Maranella, orrai, orrai amerecà!”

Ma in fondo, nel rugby, ci si capisce benissimo anche così.

Rugby Mirano 1957 ASD – Michele “Eta Beta” Lacchin

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