Cronache dell’Armata: Santa Lucia. Rugby, fuoco e magia

Sabato 13 dicembre, nel giorno di Santa Lucia, gli eterni bambini dell’Armata Brancaleon hanno celebrato la fine dell’anno con una giornata di placcaggi, sudore e amicizia.
Il tradizionale torneo natalizio ha visto scendere in campo, oltre ai padroni di casa miranesi, la squadra mista St. Peterfield–Pordenone e, a bordo campo, a scaldare l’ambiente, una squadra altrettanto combattiva di grigliatori infuocati, con Toro e Gorna autentici top player della brace.

Per una volta le scintille più vistose sono volate fuori dal campo perché sul terreno di gioco, nonostante il contatto fosse quello giusto (qualche ferita leggera lo conferma), si sono visti 80 minuti di gioco leale e divertente, perfetto preludio a un terzo tempo degno di questo nome.

Le fiamme del fuoco e il rosso vivo delle braci, che hanno fatto da scenografia alla giornata, non potevano non richiamare il tema del ritorno della luce: la festa di Santa Lucia, che la tradizione popolare colloca nel giorno più corto dell’anno (anche se astronomicamente il primato spetta al solstizio d’inverno).

Nella notte lunga e silenziosa tra il 12 e il 13 dicembre, quando molte città del Nord Italia sono avvolte nel buio, accade infatti qualcosa di magico: arriva Santa Lucia a riportare la luce sulla terra e i doni ai bambini.
A chi è cresciuto con il mito di Babbo Natale, quella di Santa Lucia può sembrare una leggenda povera e meno spettacolare. Difficile per la Santa cieca, le cui spoglie riposano nella chiesa di San Geremia, a Venezia, competere con l’immagine del barbuto in rosso resa iconica dalla Coca-Cola.
Eppure questa leggenda ha qualcosa di rugbistico e potrebbe fare breccia nel cuore dei cultori della palla ovale.

Santa Lucia non viaggia su slitte supersoniche né con renne volanti.
Si muove con un asinello lento ma instancabile, un pilone capace di macinare chilometri per tutta la notte senza mai fermarsi, raggiungendo anche le case più lontane e povere.
Accanto a lei non ci sono elfi leggeri e svolazzanti, ma il Gastaldo, un fedele aiutante che guida il carro e scarica le ceste più pesanti.
Una vero e proprio pacchetto di mischia alle spalle del quale la Santa gioca da apertura: anche senza vedere, governa il gioco, legge la partita e sa sempre dove far arrivare la palla.
Fatto il lavoro poi i tre non se ne vanno subito e per questo ogni bambino lascia qualcosa per il loro “terzo tempo”: una carota per l’asino, un bicchiere di vino per il Gastaldo, un biscotto per la Santa.

Una squadra che non punta sui trequarti veloci e sulle giocate spettacolari. Per questo contro i “rossi” Babbi Natale soffre in velocità, è vero, ma si difende con ordine ed efficacia da secoli, contendendo ogni centimetro.
Non credo sia un caso che, partendo da Venezia, questa tradizione si sia diffusa rapidamente nelle terre della Serenissima – che in buona parte sono anche terre di palla ovale – come Verona, Brescia, Bergamo e il Friuli.

Non era voluto, ma poi è sembrato giusto che ci sia capitato di festeggiarla su un campo da rugby.

Rugby Mirano 1957 ASD – Michele “Eta Beta” Lacchin

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